INCONTRO di LETTERATURA SPONTANEA giovedì prossimo 10 settembre 2026 dalle 19:00 alle 21:00 su WhatsApp o di persona a casa mia, Möhlstrasse 44, Monaco di Baviera, 81675.
(se non lo avete già fatto, mandatemi il vostro numero di cellulare, che vi aggiungo alla lista)
Iniziativa sponsorizzata
dalla SOCIETÀ DANTE ALIGHIERI DI MONACO DI BAVIERA e.V.
(leggete anche gli allegati per favore, se ci sono)
La necessità di raccontarsi agli altri e di essere ascoltati diventa sempre più importante di giorno in giorno. Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o un’idea, che vuoi leggere o raccontare, vieni che sarai la/il benvenuta/o. In pratica se vorrai, ci racconterai qualcosa di tuo o di altri, ma scelto da te. Poi riceverai spesso in cambio anche altri tanti racconti o storie. Quindi ti conviene comunque.
Le testimonianze e le storie di tutti sono importanti e hanno dignità. Esprimersi, ascoltare e conoscersi fa comunque bene. Nel primo giro della tavola rotonda ci si presenta e poi negli altri giri si portano i propri contributi all'incontro. Prepariamone almeno due, se possibile. I dibattiti non sono molto graditi, se finiscono per monopolizzare l'incontro.
Un invito particolare a partecipare e a non sottovalutare quest’iniziativa va agli italiani di qui, ma anche a quelli in Italia, che hanno già pubblicato. La vostra presenza naturalmente ci arricchirebbe molto e credo che sarebbe in fondo anche interessante per voi.
Ancora un'ultima preghiera: se credete nel presente e nel futuro di quest’iniziativa, segnalatela e condividetela per favore nei vostri gruppi di riferimento.
Alcune raccomandazioni:
- attenzione ai rumori molesti del microfono,
- allontanare il telefonino ed altri apparecchi elettronici ecc... dal microfono,
- spegnere il microfono, quando gli altri parlano,
- all’ora stabilita si comincia. Cliccate solo su “partecipa alla chiamata”, anche se non la sentite, perché in caso di molte persone non si sente il suono,
- colleghiamoci puntuali e sentiamo così anche le presentazioni di tutti gli altri,
- raccontiamo storie brevi e leggiamo lentamente a voce alta, per facilitare la comprensione.
Grazie!
Un caro saluto e a presto
giulio
ps.. Chi può e chi riconosce l’importanza formativa e culturale di questa iniziativa, senza fini di lucro e che dura ormai da 25 anni, ha la possibilità di sostenerla anche un po' economicamente con un piccolo versamento sul c.c. HypoVereinsbank, giulio bailetti, Kontonummer 6860168020, Bankleitzahl 70020270, IBAN DE69700202706860168020, BIC HYVEDEMM # # # oppure sul mio Paypal: paypalme/letteraturaspontanea Grazie, comincio a diventare vecchio e ve ne sarei molto grato.
http://www.luna-sole.com/
la lingua italiana è bella
RESOCONTO dell’INCONTRO di LETTERATURA SPONTANEA del 30 agosto 2026 a Monaco di Baviera di persona a casa mia o su WhatsApp,
sponsorizzato da Società Dante Alighieri, Monaco di Baviera e.v.
Ci siamo collegati in 6, di cui 1 da Il Cairo (Egitto) e 3 dall’Italia e cioè da Mercogliano (Avellino), da Roma, da Napoli e 2 da qui da Monaco, con provenienza da Caltanissetta e da Roma:
- Così Giuseppe di Caltanissetta, ma da qui da Monaco:
“COME SONO ANDATO A FINIRE IN GERMANIA. Era l' anno 1977 ed avevo 26 anni. Ad Agosto stavo sulla spiaggia di Cefalu' in vacanza. Li' ho conosciuto per caso un gruppo di ragazzi svizzeri. Uno di loro era nato nel Canton Ticino e parlava italiano anche se a quel tempo abitava a Zurigo. Si chiamava Rudi Josuran e sarebbe poi diventato abbastanza famoso in Svizzera come conduttore di programmi televisivi (e lo e' tuttora ma non si ricorda piu' di me). Rudi mi chiese cosa faccio in Sicilia e gli spiegai che lavoravo come consulente fiscale perche' ero ragioniere. Mio padre mi aveva mandato a quella scuola perche' aveva un negozio di stoffe e pensava che sarebbe stato buono avere un ragioniere in casa. Io pero' trovavo noioso fare i conti e la dichiarazioni dei redditi ed ero piu' portato alle arti come musica, letteratura, storia, disegnare, eccetera... Dissi quindi a Rudi che avrei voluto lasciare casa e lavoro e conoscere un po' il mondo. "E allora perche' non vieni da noi in Svizzera? Forse li' ti possiamo trovare qualcosa di meglio da fare", rispose il ragazzo e mi diede indirizzo e numero di telefono di casa sua. Io lo presi sul serio. Poco dopo vendetti la mia vecchia automobile, dissi ai miei clienti di trovarsi un altro consulente e mi preparai ad andare in Svizzera. Siccome ero un credulone inesperto e da qualche parte avevo letto che era proibito portare fuori dall' Italia grosse somme di denaro, andai al Banco di Sicilia e dissi a un impiegato di mandarmi le 750.000 lire che avevo a una banca di Zurigo senza neanche pretendere una ricevuta. Mi recai quindi a Zurigo e bussai all' indirizzo che Rudi mi aveva dato. Lui stesso mi apri' e rimase molto sorpreso al vedermi. Forse non pensava che avrei preso sul serio il suo invito. Ad ogni modo, mi accolse nella casa di suo padre promettendomi che avrebbe cercato un lavoro per me. La sera durante la cena mi spiego' che l' unica cosa che avrei potuto fare, siccome non parlavo il tedesco, era quella di vendere giornali per la strada. Il giorno dopo per prima cosa andai alla maggiore banca svizzera di Zurigo per prendere i miei soldi ma li' mi dissero che sotto il mio nome non era arrivato niente. Raccontai tutto al padre di Rudi, che per fortuna era un ingegniere, e lui mando' un telex al Banco di Sicilia di Caltanissetta chiedendo che cosa fosse successo coi miei soldi. Loro risposero che se ne erano dimenticati e promisero che li avrebbero mandati subito. Il giorno dopo ritornai al banco svizzero per riscuotere il denaro, cosa che anche avvenne. Dopo avermi dato i soldi, l' impiegata mi disse di aspettare un minuto perche' c' era qualcuno che voleva parlare con me, cosa che mi lascio' molto stupito perche' a Zurigo oltre a Rudi e a suo padre non conoscevo nessuno. Poco dopo arriva un signore e mi chiede in italiano se per caso ero siciliano. Rispondo di si e lui mi spiega che era anche siciliano e che avendo letto il mio nome voleva conoscermi per chiedermi cosa faccio a Zurigo. Gli spiego tutto e lui mi risponde che quello di vendere giornali la sera in mezzo alla strada non e' certamente un lavoro proficuo. "La notte e' fatta per dormire e non per lavorare", prosegue il tizio, poi mi da' il suo numero di telefono promettendomi che avrebbe chiesto al direttore della banca se poteva assumermi visto che sono ragioniere. Poi mi invita dopo il lavoro a cena in casa sua per presentarmi la moglie e la figlia e per farmi vedere il suo apppartamento e come e' bella la vita che fa. Il giorno dopo gli telefono e lui mi racconta che ha parlato al direttore della banca, il quale sarebbe principalmente d' accordo con l' assumermi, ma purtroppo c' e' un problema: il governo svizzero, che siede a Berna, ha recentemente fatto una legge che proibisce agli stranieri di lavorare in Svizzera, salvo casi eccezionali. Quindi lui mi da un consiglio: "Vada per due anni in Germania, impari bene il tedesco e faccia poi un corso di computer (che a quel tempo era una cosa nuova), poi ritorni qui con quel diploma e noi possiamo assumerla come esperto di computer e il governo non puo' dire niente!" Cosi' mi reco alla stazione ferroviaria di Zurigo e chiedo allo sportello quale e' la citta tedesca piu' vicina e lori mu rispondono: "Monaco di Baviera!" Ecco spiegato come sono arrivato qui. A Monaco poi ho lavorato alcuni mesi come lavapiatti perche' avevo letto in qualche posto che per diventare milionari bisogna cominciare cosi'. Dopo aver imparato un poco di tedesco, lessi in un giornale che la Posta aveva bisogno di gente. Vado all' indirizzo citato e loro mi chiedono se posso cominciare a lavorare il giorno dopo. Naturalmente rispondo subito di si... finalmente mi ero "sistemato"!
“IL MIO LAVORO AL MUSEO. Nel 1978 cominciai quindi a lavorare alle Poste, ma non come portalettere. A quel tempo alle Poste appartenevano non soltanto il servizio postale vero e proprio (lettere, francobolli e pacchi), ma anche i telefoni e persino una banca. A me mi misero a lavorare al servizio telefonico. Il mio compito era quello di aiutare a stampare il libro del telefono di Monaco e dintorni, cioe' la Baviera del sud. Il libro di Monaco usciva ogni anno a marzo ed era cosi' spesso che bisognava dividerlo in due volumi e quello delle altre citta' e borghi del sud a settembre in un solo volume. A quel tempo non c' erano ancora i cellulari e tutti avevano il telefono a fili in casa, per questo la lista dei numeri con il nome e indirizzo dell' utente era cosi' lunga. Nel 1993 il governo tedesco decise di privatizzare le Poste e di dividerle in tre imprese private: la Posta Tedesca, la Telecom e la Postbank. Per ognuna di esse fu nominato un manager col compito di dirigerle. Per la Telecom, l' impresa per cui lavoravo io, fu scelto un certo Ron Sommer, un ungherese. Quando questo tizio comincio' il suo lavoro, la Telecom guadagnava sette miliardi di marchi all' anno, pochi anni dopo, quando termino', la Telecom faceva sette miliardi di perdita ogni anno. Per rimettere tutto a posto, il suo successore disse che la Telecom aveva troppi dipendenti (circa 300.000) e per questo non guadagnava ma perdeva. La sua soluzione: offrire un bel gruzzoletto di marchi a quelli che volontariamente lasciavano l' impresa. All' inizio nessuno accettava e lui era costretto ad offrire sempre di piu'. Intanto si era arrivati all' anno 2005 e in Germania c' era l' euro gia' da tre anni. La somma che la Telecom offriva ai dipendenti che volevano lasciare l' impresa era intanto cosi' cresciuta che moltissimi cominciarono ad accettarla e fra questi c' ero anche io. Pensavo: Questa e' un' occasione unica! Con quei soldi posso godermi due anni la vita viaggiando e vedendo il mondo e poi sicuramente un' altro lavoro lo avrei trovato. Ecco perche' dal 2005 al 2007 ho viaggiato continuamente in giro per il mondo e in questo tempo ho scritto anche la maggior parte delle mie storie. Inoltre in Brasile ho conosciuto nel 2007 anche mia moglie Fernanda con la quale sono sposato e che nel 2019 mi ha dato alla luce una meravigliosa bambina. Nel 2007 ho smesso di viaggiare e ho cominciato a cercare di nuovo lavoro. Dopo alcuni anni come impiegato dell' AWO (Arbeiterwohfahrt, una associazione caritativa per lavoratori) ho letto in un giornale che una impresa di Sicurezza cercava guardiani per diversi musei di Monaco. Mi sono ricordato allora, che da sempre volevo un lavoro che avesse a che fare con la cultura e con l' arte e non uno in un triste ufficio. Scrissi quindi una lettera a quella impresa, dichiarandomi interessato al lavoro che offrivano ed ecco perche' adesso lavoro nei musei!
Giulio vuole che scriva anche qualcosa su quello che avevo detto sulla Baviera e sul museo dove lavoro. Va bene, ma se poi trovate che scrivo troppe cose, prendetevela con lui e non con me. Allora: Non tutti sanno che la Baviera, il Regno delle due Sicilie e il Brasile sono tre Stati uniti da legami parentali. Il Brasile ha infatti avuto due imperatori: Don Pedro primo e Don Pedro secondo. Il primo ha sposato una napoletana, Maria Teresa, detta Teresina, parente del re Ferdinando delle due Sicilie e il secondo invece una nobile bavarese. Francesco secondo, ultimo re delle due Sicilie, sposo' a sua volta anche una nobile bavarese, Luisa mi pare che si chiamasse, sorella di Sissi (Elisabetta) che fu imperatrice d' Austria. Trovo quindi molto bello che io, nato in Sicilia, sono andato a vivere per caso (o per destino?) in Baviera e che in Brasile ho conosciuto mia moglie Fernanda, non imparentata con Ferdinando di Napoli, ma nata per caso (?) a Teresina, la citta' che fu chiamata cosi' per onorare l' imperatrice Maria Teresa, la napoletana. La Baviera fu governata per circa 700 anni dalla stirpe dei nobili chiamati "Wittelsbacher". Questi cominciarono come duchi, poi diventarono principi, poi principi elettori (cioe' che avevano il diritto di eleggere l' imperatore del Sacro Romano Impero) e alla fine furono fatti re nientemeno che da Napoleone, col quale si erano alleati. Naturalmente dovettero pagare un prezzo molto alto per questa alleanza e cioe' dovettero dare all' imperatore francese 30.000 soldati affinche' partecipassero alla campagna contro la Russia, dalla quale quasi nessuno di questi poveracci torno' vivo. Non fa niente, l' importante per i Wittelsbacher fu diventare re e quando piu' tardi disdissero la loro alleanza con Bonaparte e a Lipsia combatterono addirittura contro di lui, il titolo di re se lo tennero lo stesso e cioe' fino al 1918, quando, dopo la prima guerra mondiale, ci fu in Baviera una rivoluzione comunista in concomitanza con la rivoluzione scoppiata a Berlino contro l' imperatore tedesco Guglielmo Secondo. Mentre pero' a Berlino il popolo voleva una repubblica democratica, a Monaco i rivoluzionari, dopo aver cacciato via il re Ludovico Terzo, pretendevano addirittura un regime comunista di tipo sovietico, cioe' una dittatura del "proletariato". Questo non piacque ne' a quelli che avevano preso il potere a Berlino, ne' agli abitanti profondamente cattolici dei monti bavaresi. Gli uni e gli altri si unirono e da due parti scesero a Monaco uccidendo tutti quelli che incontrarono armati e anche tutti gli altri che essi sospettavano essere di "sinistra". Anche il presidente designato Kurt Eisner fu ucciso da un fanatico di destra e cosi' fini' la dittatura del proletariato prima ancora di cominciare... invece era nata la cosidetta "Repubblica di Weimar" con sede appunto in quella citta' dove avevano abitato insieme Goethe e Schiller. Lo scopo era di abituare i tedeschi ad essere democratici e repubblicani, pero' tutti sappiamo come ando' a finire. Da un lato c' erano i comunisti e dall' altro i fascisti, che ogni giorno se le davano di santa ragione, e in mezzo i democratici/repubblicani che non riuscivano a farli smettere. Quello che poi avvenne e' noto a tutti e non c' e' motivo di ripeterlo qui, passiamo quindi direttamente alla seconda guerra mondiale. Quando a Monaco i direttori dei musei che erano stati
creati dopo la fuga del re si resero conto che prima o dopo anche Monaco sarebbe stata distrutta come era gia' avvenuto ad Amburgo e a Colonia, cominciarono quindi a pensare come salvare il piu' possibile. Cominciarono a smontare tutto quello che si poteva smontare e seppellirono tutto sotto la terra o nelle grotte delle montagne, quadri, statue, mobili, oggetti, ecc. ecc. Grazie a loro e ai loro sforzi incredibili possiamo oggi ammirare questi reperti. La ricostruzione, cominciata subito dopo la guerra, continua fino ad oggi e probabilmente continuera' anche nei prossimi decenni... a meno che non arrivi una nuova guerra... quindi, se potete, visitate i musei di Monaco finche' esistono!”
- Così Annalisa, psichiatra di Nuoro, ma da Mercogliano, da "Vite in prestito" di Claudia Iandolo, Carlo Saladino Editore:
“...La telefonata la investe in pieno nel primo pomeriggio. Ha appena concordato il secondo appuntamento della lista, la moglie del Sindaco e si sta chiedendo come organizzare l'intervista.
Antonia è in preda al panico: «mi dispiace, continua a ripetere, mi dispiace. Corri, fa' presto, corri».
E corre, afferrando la borsa, dimenticando la giacca. Non sente il freddo, guida senza cintura, e una parte del cervello fabbrica disgrazie senza controllo.
«Cristo, Antonia. Non può fare a meno di dire, davanti al portone di casa, dove la zia è ferma, in lacrime».
«Mi dispiace. Si era addormentata. Mi sono appisolata anch'io». Antonia piange, come una bambina, il volto tra le mani.
Per fortuna ha smesso di piovere.
«Ho trovato la porta aperta, l'ho chiamata, si era addormentata. Pochi minuti, sono sicura».
È uscita, la madre, eludendo il controllo di una sorella che non riconosce più. Da che parte, da che parte, è andata? Si lancia nel negozio di animali. È colpa sua. Non Antonia che si addormenta dopo pranzo, ma un'infermiera, meglio, un uomo forse, Qualcuno specializzato, che sa come trattare la malattia, preparato a qualunque evenienza. Dal negozio degli animali alla formaggeria, dove però è già passata Antonia. Nessuno l'ha vista, nessuno ha notato una donna piccola, persa in un cappotto grigio, Ce l'aveva il cappotto?
È uscita senza cappotto, con la tuta blu che le ha infilato lei la mattina. E dunque qualcuno la noterà, perché fa freddo, e una donna in tuta, anziana, non cammina vestita soltanto con una tuta. In tuta e pantofole, senza cappotto e senza documenti, in una città che non conosce più e che non la riconoscerebbe, annegata com'è in sé stessa. Sa che non può contare su Antonia, che è oramai fuori controllo, in preda ad un vero e proprio attacco di panico, sul quale è costretta a sorvolare. Ma non sa che direzione prendere. Comincia a correre verso la Villa Comunale, il vecchio quartiere, la vecchia casa, al quinto piano. Una possibilità come un'altra. Vanno indietro come i gamberi, camminano al contrario, incontro al passato, rispolverano vecchi dolori, non sanno niente, più niente della realtà che li circonda, è l'unico pensiero a cui riesce ad attaccarsi. Qualcuno la riconosce, mentre corre lungo il Corso, ma non ha tempo di spiegare: Hai visto mia madre? E in tuta, in pantofole, come l'ho vestita io stamattina. E qualcuno l'ha vista davvero. C'è un capannello davanti alla Chiesa del Rosario, è l'uscita della messa serale, hanno già chiamato l'ambulanza. La madre siede rigida, sotto la pioggia che ha ripreso a cadere, f***a e impercettibile Al pronto soccorso sono gentili. Alberto non è di turno. Lo chiama sul cellulare.
«Vengo subito. Sta' calma».
Si ricorda di Antonia, che ha lasciato in strada. Prova a fare il numero di casa, forse è risalita su e aspetta che lei si faccia viva. Ma il telefono squilla a vuoto. Allo sportello del ticket hanno un elenco telefonico. Lo sfoglia nervosamente. La maestra risponde immediatamente. Antonia è con lei, sta bevendo del the, hanno chiuso l'appartamento, faccia pure con comodo. Ma non riesce a rilassarsi, e, quando arriva Alberto, scoppia in lacrime…
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-La campagna di mio padre-
Nella campagna di mio padre
C’era una grande quercia.
Bambini, la vedevamo come un gigante
E tra i suoi rami giocavamo a nasconderci.
Presso la quercia c’erano grandi rocce.
Adolescente, da esse spiavo l’orizzonte,
aspirando i profumi degli olivi e del mirto.
C’era una grande pace in quegli orizzonti,
un silenzio incantato,
scaldato dal sole e rotto da cinguettii e foglie mosse dal vento.
Dietro le rocce
C’erano alberi da frutta.
Ragazza, tendevo la mano verso il ciliegio e il mandorlo
Ed essi mi donavano i loro tesori.
Ora tutto è di là dal mare.
Mio padre da tempo riposa.
Adulta, ripenso alla campagna
E ai nostri giochi di bimbi.
Riascolto la voce dolce di mia madre
Il crepitio del fuoco,
Il rumore del vento,
le nostre risate.
Mi mancano le stagioni,
i loro profumi e colori
e il lento scorrere del tempo.
Ma penso a quei giorni con amore
E la certezza che, di là dal tempo,
mio padre attenda il nostro incontro
tra i rami della grande quercia.
Annalisa
Mercogliano, 4 giugno 2013
😳😳😳😳😳
-L’amore è come la terra-
L'amore
è come la terra.
Come la terra
segue le stagioni,
sopporta le tempeste
e la furia dei venti.
Racchiude germogli
e dal suo seno fioriscono giardini.
Accoglie i poeti
come la terra i fiumi,
si nutre del fuoco degli amanti
come la terra del calore del sole.
Non puoi sottrarti all'amore, cuore mio.
Non hai ove fuggire.
La sua canzone ti incanterà ovunque tu vada,
perché,
ovunque tu vada,
sarai terra.
Annalisa
Avellino 3 giugno 2013”
- Così Daniela di e da Il Cairo
- con Daniela Musini in il 15 agosto 1936, esattamente NOVANT’ANNI FA, MORIVA GRAZIA DELEDDA:
“Questo è solo un breve estratto della appassionata e dettagliata biografia, dal titolo “Grazia Deledda. Il riscatto dell’intelletto”, contenuta nel mio libro (e audiolibro) LE MAGNIFICHE. 33 donne che hanno fatto la storia d’Italia, il primo di una trilogia interamente al femminile (comprendente anche Le Indomabili e Le Incantatrici) pubblicata da Piemme-Mondadori e dedicata a 33+33+33 donne straordinarie che hanno lasciato la propria impronta nel corso dei secoli.
«Benché conservi qualcosa di selvaggio e di caratteristico (...) non rassomiglio punto alle altre fanciulle sarde, perché attraverso il circolo di montagne deserte e leggendarie che chiudono il mio orizzonte, sento tutta la mia modernità della vita dei tempi nuovi e dei nuovi ideali.»
Così diceva di sé Grazia (Maria Cosima Damiana) Deledda, una delle più grandi scrittrici italiane, l’unica ad aver ricevuto il Nobel per la letteratura nel 1926, del cui riconoscimento quest’anno si celebra il centenario.
Amava la solitudine fin da bambina. Era capace di stare in silenzio per ore seduta fuori la porta di casa a guardare rapita il cielo e il suo scomposto vorticare di nuvole.
Grazietta, rientra! Le gridavano da dentro.
E lei, ostinata: «Non ci torno a casa. Devo osservare il tramonto del sole e come la luna illumina il monte: è il mio lavoro.»
L’aveva deciso fin da piccola che sarebbe diventata scrittrice, che avrebbe usato la penna per modulare parole e pensieri, tumulti e trame d’amore, e nessuno sarebbe mai riuscito ad ammansire quella sua dirompente esigenza di raccontare e raccontarsi.
Forse chissà se quel giorno di dicembre del 1926 mentre i membri dell’Accademia Svedese le assegnavano il Premio Nobel per la Letteratura, Grazia Deledda ripensava a quella bambina testarda e sognatrice seduta fuori l'uscio.
Non se lo sarebbe mai aspettato di essere la seconda donna al mondo a vincerlo dopo la svedese Selma Lagerlöf (e l’unica scrittrice italiana, finora). Alla cerimonia nel suo vestito viola e la pelliccia comprati per l'occasione, mentre ritirava il premio nessun sorriso illuminò quel suo volto austero e severo da sarda caparbia, intelligente, schiva.
«Se fossi nata uomo sarei vissuto in un eremo», ripeteva fin da ragazzina, solitaria come quel suo bisnonno che ad un certo punto della sua vita si era ritirato in una grotta a modellare statuine di santi e a conversare con gli animali selvatici.
Era nata il 27 settembre 1871, nella Barbagia ruvida, ventosa e selvaggia, precisamente a Nuoro, l'antica Nugoro, l'Atene sarda come recitano i depliant turistici, con i suoi vicoli acciottolati, le case in pietra, la cornice di montagne aspre e impervie.
E tra queste il monte Ortobene, di granito come lei, con quelle punte e torrioni dalle forme bizzarre, con i boschi di lecci, le macchie di lavanda dal profumo antico e gli arbusti carichi di ginestre fulgenti dal chiassoso giallo, e quell'ovile ricavato all'interno di un'enorme roccia denominato sa conca.
«No, non è vero che l'Ortobene possa paragonarsi ad altre montagne; l'Ortobene è uno solo in tutto il mondo: è il nostro cuore, è l'anima nostra, il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e duro e aspro e doloroso in noi» scriverà orgogliosa. […]
[…] Grazia Deledda fu scrittrice fecondissima: 36 romanzi (fra cui Colombi e sparvieri”, “Le colpe altrui”, “Marianna Sirca”, “La madre”), centinaia e centinaia di racconti, 2 drammi teatrali, la sceneggiatura per il film muto “Cenere” con protagonista Eleonora Duse, lettere, tantissime, così rivelatrici senza pudori della propria anima, che il de Gubernatis quando consegnò l’epistolario intercorso tra di loro alla Biblioteca Nazionale di Firenze, ordinò che fosse secretato per cinquant’anni dopo la morte di lei.
Nel 1913 viene pubblicato il suo libro più famoso, “Canne al vento” con le indimenticabili sorelle Pintor e il fedele servo Efix che nasconde un orribile segreto per il quale attuerà il processo di espiazione e redenzione. Un modulo stilistico e narrativo che si aggiunge a quello a lei caro: la contrapposizione tra l’universo maschile, composto spesso da uomini fragili, irresoluti o preda di pulsioni erotiche irrefrenabili e quello femminile, popolato da figure forti e determinate, imprigionate in rigidi canoni da secoli.
Sono donne dai «grandi occhi neri nel viso scarno e verdastro d’angelo decaduto» come sarà Maria Concezione, la dolorosa protagonista del suo ultimo romanzo, “La Chiesa della solitudine”, o come le altre protagoniste dei suoi racconti, donne granitiche e disperate, ma dotate di una grande libertà e forza interiori, grazie alle quali sono capaci di abbandonarsi alle passioni e di sfidare convenzioni patriarcali e tabù atavici.
D.H.Lawrence, quello de “L’amante di Lady Chatterly” per intenderci, di lei scrisse, ammirato: «Ogni cosa si svolge come in un flusso di emozione, in una sorta di nebbia o di fosforescenza delle sensazioni che tutto avvolge e che prende più importanza di quanto riescano ad esprimere le parole.»
Dopo il Nobel i riflettori mondiali saranno da quel momento puntati su di lei che, sempre schiva e dai rari sorrisi, continuerà la vita di sempre, tra i suoi libri, l’affetto dei familiari, la stima dell’ambiente letterario, scrivendo sempre di pomeriggio, a mano, su fogli protocollo piegati a metà come nei compiti in classe e ricopiando in bella più e più volte.
Si ammalò, Grazia, di un male incurabile e le fu asportata la mammella sinistra, ma lei affrontò con coraggio il lungo percorso di dolore e di sconfitte che durò dieci anni.
Morì il 15 agosto 1936, ma come aveva preteso la notizia della sua morte venne comunicata dopo la tumulazione, sicché al suo funerale partecipò solo una quindicina di persone.
Sarà sepolta in un sarcofago di granito nero nella tanto amata Chiesa della Solitudine di Nuoro, ai piedi dell’Ortobene, la sua montagna, con l’abito viola indossato a Stoccolma la sera del Nobel.
Così aveva voluto.”
- e con Nagib Mahfuz
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Premio Nobel per la letteratura 1988
Nagib Mahfuz (in arabo نجيب محفوظ?, Naǧīb Maḥfūẓ; IPA: [næˈɡiːb mɑħˈfuːzˤ]; Il Cairo, 11 dicembre 1911 – Il Cairo, 30 agosto 2006) è stato uno scrittore, giornalista, sceneggiatore e funzionario egiziano.
Insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1988, Mahfuz diede forma ad una narrativa araba di portata universale[1]. Ad oggi è l'unico egiziano, nonché l'unico autore di lingua araba, ad essere stato insignito di tale premio.
Nato nel quartiere di Gamāliyya della capitale egiziana, proveniva da una famiglia piccolo-borghese. Si laureò in filosofia presso l'Università del Cairo (allora "Università chediviale Fuʾād I") e venne assunto nell'amministrazione pubblica.
Dopo aver esordito nel romanzo storico, seguendo la moda letteraria, ma dai profondi risvolti etico-filosofici, del cosiddetto "Faraonismo",[2] Mahfuz subì l'influenza politica del grande pedagogo egiziano Salama Musa, un socialista vicino al pensiero del fabianesimo e inaugurò il filone narrativo del realismo sociale, ambientando le sue opere nei luoghi più tradizionali del Cairo. A tal proposito vanno citati Khan el-Khalili, nome dell'antico bazar della città, e Zuqāq al-Midaq, il "Vicolo del mortaio", da cui prende il titolo un suo romanzo. Nel 1956 pubblicò il primo volume della trilogia: Bayn al-Qaṣrayn (Tra i due palazzi), Qaṣr al-Shawq (Il palazzo del desiderio) e al-Sukkariyya (nome di una strada del Cairo). Al 1959 risale Figli del nostro quartiere; al 1967 Mīrāmār. Nel 1975 pubblicò Storie del nostro quartiere, il suo romanzo più autobiografico.
Dal 1971 continuò la sua prolifica attività di scrittore e di editorialista del quotidiano Al-’Ahrām.
Biografia
Mahfuz scriveva di ciò che conosceva e per questo quasi tutte le sue storie sono ambientate al Cairo. I suoi libri rievocano atmosfere del passato e, anche a grande distanza di tempo dall'epoca narrata, le sue opere sono sempre attuali.
Nagib Mahfuz ha vissuto nella zona di Khan el-Khalili, una delle più suggestive del Cairo dove si trovano bazar e mercati, dove ogni giorno turisti e locali si riversano nelle strade e nell'aria si sente quel particolare odore di spezie e caffè, che fanno da sfondo ai suoi romanzi, che in quei suq sono spesso ambientati.
Ha scritto anche per il cinema, del quale egli ha detto: “Sono diventato un poeta, perché sono un impiegato”, come i personaggi del libro Il giorno in cui fu ucciso il leader, libro che scrisse nel 1985, ma che è stato tradotto in italiano solo nel 2005, ambientato nel 1981 quando il Presidente Anwar al-Sadat venne assassinato da esponenti traditori dell'esercito.
Tra gli scritti per il cinema si ricordano: La battaglia di Tebe, Akhenaton e La maledizione di Cheope.
Ha pubblicato una cinquantina di romanzi, tra cui la Trilogia del Cairo (1956-57), Il rione dei ragazzi (1959), a lungo censurato per blasfemia in Egitto, Il ladro e i cani (1961) e Il nostro quartiere. Nei suoi romanzi egli descrive in maniera approfondita gli aspetti della vita dei cairoti. Gli unici romanzi non ambientati nella capitale egiziana sono Mīrāmār e La qu***ia e l'autunno, testi incentrati su Alessandria d'Egitto.
Nel 1988 in suo onore è stato creato da Paolo Dell'Oro un dessert a base di frutta e spezie, chiamato Nagib Mahfuz[3].”
- Così Angela di e da Napoli:
“Durante l'incontro di domenica 30 agosto abbiamo discusso e soprattutto raccontato le nostre esperienze sia letterarie che esistenziali. Giulio mi ha chiesto se avessi letto "il treno dei bambini "di Viola Ardone ".Ho letto,infatti, questo libro ,che s'ispira ad una storia vera ambientata a Napoli nel dopoguerra. Un periodo storico questo drammatico, descritto crudamente in molte opere sia letterarie che in films che sono poi diventati capolavori. Viola Ardone racconta in particolare la vicenda di un gruppo di ragazzi,poverissimi ,denutriti ,che furono inviati in Emilia Romagna,dal partito comunista italiano, affinché potessero ritrovare e vivere dignitosamente la propria infanzia nel rispetto dei diritti fondamentali dei bambini,come poter avere dei pasti regolari,giocare,studiare ecc.Uno di questi bambini diventa poi un famoso musicista poiché la famiglia emiliana che l'ospitava costruiva strumenti musicali e qui lui scopre il proprio talento. Che dire,la città di Napoli ne esce proprio male, poiché ieri come oggi, tanti giovani scappano da questa città ,così come ha fatto il protagonista del libro, poiché oltre il mare non ha proprio nient'altro da offrire.
È stato poi commentato un post di Giulio in relazione a ciò che gli è accaduto nel momento in cui si è sentito male ed è dovuto andare in ospedale. Qui si è scontrato con un sistema sanitario talvolta poco sensibile e poco rispettoso della dignità dei pazienti. Questo almeno è ciò che alcuni di noi abbiamo rilevato. In particolare mi ha colpito il fatto che Giulio ha voluto decidere quale potesse essere il percorso di cura più appropriato rifiutando in un primo momento alcuni interventi, anche invasivi. Secondo me è importante quanto ha fatto Giulio,ed è fondamentale avere quella lucidità che, mi chiedo se è frutto di un'illuminazione divina o semplice istinto di sopravvivenza che induce a riappropriarsi della propria vita.
Ho letto poi una parte di un mio racconto,che da tempo desideravo scrivere per mettere nero su bianco ricordi indelebili della mia infanzia, fra questi un posto importante ha la figura dell'orefice, così a Napoli vengono chiamati i gioiellieri. Ogni famiglia napoletana ha il suo orefice di fiducia,e così anche la mia.L'orefice si recava anche a domicilio per vendere monili d'oro ,che venivano regalati nelle occasioni di una nascita,un fidanzamento, un matrimonio. I gioielli rappresentavano per le famiglie anche un piccolo capitale utile nei momenti di crisi economica,per cui l'oro di famiglia veniva venduto. Così faceva mia nonna ed anche mia mamma per aiutare soprattutto parenti in difficoltà. Ai miei occhi di bambina l'orefice era un personaggio misterioso che aveva poteri come un re Mida.Aggiungo inoltre che a Napoli nel 1600 venne costituita proprio la corporazione degli orafi,che furono i primi a costituire e costruire il tesoro di San Gennaro,quando donarono gemme preziose che vennero incastonate nella tiara del Santo patrono della città di Napoli.”
- Così Guido di Leoni (Avellino), ma da Roma:
“Robot da compagnia con I.A.
Siamo alla.....................frutta!
I robot da compagnia (Companion) non sono più fantascienza ma una realtà.
Un prodotto che giorno dopo giorno sta entrando nelle case degli italiani.
In un mondo nel quale è sempre più difficile, a mio avviso, comprendere la realtà che ci circonda, ecco un'altra follia dell'uomo d'oggi, un altro passo in avanti verso l'autodistruzione.
Infatti, se da un lato la creazione di questi robot-umanoidi può essere affascinante, dall'altro è facile prevedere che quando l'I.A. (Intelligenza Artificiale), tecnologia usata per la creazione di molti modelli, sarà a pieno regime, i robot non saranno più un fenomeno fieristico ma ci avranno sostituito in molti mestieri, allora ce ne accorgeremo.
Perché se è vero che l'utilizzo della I.A. ci farà compiere tanti passi avanti in vari campi (es.: uno su tutti la Sanità), è altrettanto vero che dovremo affrontare una vera e propria emorragia di posti di lavoro.
Di questi ultimi si stima che se ne perderanno fino a 300.000.000 in tutto il mondo e, altro dato pazzesco, che occorreranno oltre (9.300) novemiltrecento miliardi di litri d'acqua all'anno per raffreddare i server che sviluppano i dati elettronici necessari a far funzionare i robot.
Sì, avete capito bene, miliardi.
Se non è follia questa, ditemi voi cos'è!
Bisogna anche dire, però, che grandi aziende del settore stanno studiando sistemi per cercare di ridurre il consumo esorbitante d'acqua.
Per quanto riguarda la perdita dei posti di lavoro gli esperti sono meno drastici nelle loro stime e dichiarano che i numeri saranno molto più bassi.
Staremo a vedere.
Qualcosa, però, mi dice che questa crisi occupazionale si tradurrà in un aumento vertiginoso dei reati, aumenteranno ancora di più le difficoltà, per le persone diventerà complicato potersi creare una famiglia o comprarsi una casa, la gente sarà ancora di più sottopagata, saranno molto minori le occasioni di trovare un lavoro e il mondo finirà in mano a un numero ristretto di persone che lo domineranno.
Questo, secondo una mia personalissima valutazione dei fatti, è quello che si verificherà in futuro.
E' da tempo che molte aziende del settore stanno mettendo a punto i robot-umanoidi “addestrandoli” a svolgere diversi lavori fino a oggi eseguiti dagli esseri umani e a partecipare sempre più alla nostra vita quotidiana.
Negli ultimi tempi sono stati addirittura messi in vendita modellli studiati di proposito per fare compagnia, muoversi liberamente in casa e interagire con gli altri componenti della famiglia.
Questi robot, in particolare, sviluppati per esegire specifiche funzioni, vengono classificati come modelli da compagnia perché non assolvono a compiti diversi, quali possono essere le faccende domestiche che normalmente si eseguono in una casa.
Quindi si è passati da macchine che usavano solo l'assistente vocale, per interagire con l'uomo, a veri e propri robot, i cosiddetti “companion”, che riescono a interloquire, coabitare e trascorrere del tempo insieme alla famiglia, diventando quasi uno dei suoi membri.
Questi veri e propri automi così facendo, diventano nel tempo dei nuovi componenti della famiglia.
Tra i tanti modelli esistenti, ne è stato messo in vendita uno creato per sapersi muovere in casa, andando da una stanza all'altra, anche incontrando persone che abitano sotto lo stesso tetto e capace di sostenere brevi scambi di frasi.
Un altro tipo di automa è stato studiato appositamente per fare compagnia agli anziani: ricorda loro gli appuntamenti, l'orario di assunzione dei farmaci, compone i numeri di telefono e offre tante altre funzioni.
Questa vera e propria furia tecnologica nei confronti della nostra vita quotidiana non ha trascurato nemmeno gli animali domestici.
Molte aziende non si sono lasciate sfuggire l'occasione di realizzare robot-animali da utilizzare per combattere la cosiddetta ansia da separazione che il cane manifesta quando il suo proprietario lo lascia da solo in casa.
In questo momento mi sto dando un pizzicotto per capire se sto sognando o son desto.
Uno studio brasiliano, pubblicato su una rivista di settore, ha dimostrato che anche i gatti, da sempre ritenuti indipendenti, soffrono di ansia da separazione che esternano con vari disagi fino a urinare fuori dalla lettiera.
Aspettiamo e vedremo come proseguirà la storia.
Roma 26.08.2026 Guido”
- Cosí io di Roma, ma da qui da Monaco:
“Fumare fa ve**re il cancro ai polmoni.
Fumare fa ve**re il cancro ai polmoni. Ero cresciuto con queste parole in testa. Naturalmente poi, quando il mondo cominciò a girare diversamente da come io avrei voluto che girasse, cominciai a fumare anch’io. Del resto avevo sempre visto che lo facevano anche mio padre e mia madre. Avevo circa 17 anni. Ho fumato fino a 60 più o meno, con una breve pausa di un annetto. Spiego.
La mia compagna di allora mi aveva regalato il libro -Smettere di fumare- di Allen Carr. Lo lessi. Qualcosa mi convinse. Non so dire cosa, però smisi. Funzionò, per un po’. Poi una volta volli disgraziatamente mostrare ad un passante che stava stupidamente fumando, come sarebbe invece stato facile smettere. Lo avevo fatto con successo persino io. E per farglielo vedere bene bene, per sfida tirai anche un paio di volte dalla sua sigaretta. Naturalmente poi ripresi a fumare di nuovo. Ma almeno lui non lo venne mai a sapere, spero.
Fino a che molti anni dopo un giorno, anzi una notte, dopo essermi sforzato un po’ troppo con la mia compagna del tempo, improvvisamente mi resi conto che stavo rantolando. L’aria non entrava più nei polmoni, non ne entrava abbastanza e quella poca faceva pure rumore. Qualcosa bloccava il passaggio. Andai allora alla finestra e l’aprii. Non aiutò molto. A fatica in qualche modo poi riuscii a svegliare la mia compagna. Lei ci mise un po’, ma alla fine capì e chiamò l’autoambulanza.
Continuavo a rantolare, però un po’ di aria lentamente ancora a volte entrava. L’ambulanza arrivò. presto. Spiegai qualcosa e comunque il problema si vedeva. Mi fecero alzare, per farmi andare, a passetti brevi e sorreggendomi, verso la macchina. Ora respiravo un po’ meglio. Sulla soglia del portone di casa, mi accorsi di botto che mi stavo cacando nelle mutande. Pensai immediatamente agli impiccati, a cui avevo letto che succedeva lo stesso. Ma io non m’ero impiccato. Dissi di voler rientrare. Ma loro insistettero che ci avrebbero eventualmente pensato all’ospedale a pulirmi. Non era vero. Ma questo allora non lo sapevo ancora.
Mi portarono prima all’ospedale di Bogenhausen, dove però non avevano al momento posto. Poi andammo allora a quello di Sendling Tor. Per la prima volta ero io in un’autoambulanza con le sirene di tanto in tanto pure spiegate e non la vedevo invece solo passare più o meno lontana, come mi accadeva spesso. Questa sensazione era completamente nuova. Qui mi sentivo, come dire, protagonista. Non era male, ma proprio solo questo minimo dettaglio…
All’ospedale furono subito molto efficienti e veloci: visita e radiografia ai polmoni. Dissero che per monitorare esattamente la situazione, avrebbero dovuto inserire una sonda per controllare le arterie e fare forse un’angiografia. Io dissi di no al momento. Sapevo che avrebbe potuto essere anche pericoloso. Temevo in realtà molto di più la radiografia ai polmoni appena fatta: fumare fa ve**re il cancro ai polmoni! Loro insistettero alcune volte per la sonda, ma io insistetti a dire di no.
Poi arrivò il risultato della radiografia. Il cancro non c’era. Io avevo pensato che, in caso di cancro ai polmoni, sarebbe stato inutile correre il rischio della sonda nelle arterie, tanto ormai non ci sarebbe comunque stato più niente da fare. Allora dopo invece acconsentii a che mi facessero un’angiografia. Se ne stupirono un po’, ma vidi che erano contenti.
Mi portarono in un’altra sala. C’era il dottore e due infermieri, ricordo. Il dottore era molto arrabbiato con loro e li sgridava, non so per che cosa. Loro abbassavano la testa, accettando evidentemente il rimprovero. D’istinto fui dalla loro parte. Il dottore era lo stesso che aveva insistito per la sonda ed a cui io avevo a lungo detto di no. Pensai: dove sono mai capitato? Ma c’era urgentemente da salvare il salvabile. Recitai quindi in silenzio la mia frase magica delle occasioni disperate: dio mi ama e si prende cura di me. Funzionò, sembra. Mi inserirono la sonda dall’inguine, ma non sentii niente. Probabilmente ero già sotto anestesia. Poi quando tutto era evidentemente finito, mi dissero che era stato necessario inserirmi uno stent. Gli credetti sulla parola. Io non l’avevo visto…Non erano i polmoni quindi, ma le arterie ed il cuore.
Poi mi portarono in una stazione intensiva o qualcosa del genere. Lì c’erano molte pazienti donne. Mi portarono poi subito oltre in un’altra sala comunicante più piccola, che sembrava la più vigilata con i monitor accesi. Ero sdraiato sull’unico letto barella. Le infermiere entravano ed uscivano. Mi colpì poi che una di loro entrando, per prima cosa di slancio aveva aperto la finestrella in alto della stanza. Perché? Poi capii, che stupido. Me ne ero dimenticato. Naturalmente puzzavo, anche se non lo sentivo.
Mi alzai allora piano piano e dissi di dover andare in bagno. Mi sentivo debole. Camminavo lentamente. Andai da solo. Entrai e chiusi la porta. La m***a nelle mutande era tanta. In qualche modo riuscii a scaricarla nel wc. Ne feci anche molta altra. Ero molto stanco. Facevo tutto al rallentatore e con molte pause. Tirai lo scarico, più e più volte, ma la m***a non se ne andava. Qualcosa s’era bloccato. Allora comunque mi pulii bene, il meglio possibile in quelle condizioni e uscii. Ce l’avevo fatta e da solo, senza disturbare nessuno. Non dissi niente del blocco del wc e questo fu un errore.
Tornai lentamente al mio posto nella piccola stanza e finalmente mi sdraiai. Dopo poco però entrò furiosa un’infermiera dicendo, se ero stato io, che avevo lasciato il wc tutto sporco, senza ti**re lo sciacquone. Ero esausto, non le risposi. Se ne andò indispettita.
Ecco, la voglia di fumare finì così.”
Un caro saluto e a presto
giulio
ps. Chi può e chi riconosce l’importanza formativa di questa iniziativa, senza fini di lucro e che dura ormai da 26 anni, può anche un po' sostenerla economicamente con un versamento sul c.c. HypoVereinsbank, giulio bailetti, Kontonummer 6860168020, Bankleitzahl 70020270, IBAN DE69700202706860168020, BIC HYVEDEMM # # # oppure sul mio Paypal: paypalme/letteraturaspontanea Grazie, comincio a diventare vecchio e ve ne sarei molto grato.
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